Aggiornamento e furbizie all’italiana

di Fabio Cavalera

Il vetusto e traballante Ordine dei giornalisti, nella versione lombarda, si appresta a inaugurare la sua nuova stagione, dunque nuovo consiglio (di cui rifarò parte) e nuovi impegni.

Purtroppo si rischia di cominciare col passo sbagliato.

Ho sempre detto e ripeto che o si ha il coraggio di riformare e fare funzionare bene un’istituzione che va verso i 60 anni di età ed è lontana anni luce dai temi attuali che toccano il giornalismo e i giornalisti o è meglio cancellarla.

Ebbene, sarebbe quasi inutile sottolinearlo, il punto di partenza per restituire (forse, molto forse) credibilità all’Ordine almeno fino a che esisterà è che i colleghi e le colleghe chiamati a governarlo siano i primi a osservare le regole dettate dalla nostra carta dei doveri e dalla legge.

Fra queste una è quella che impone la formazione e l’aggiornamento professionale per tutte le professioni, noi compresi. Sessanta crediti in tre anni, di cui 20 deontologici, a meno che non si abbiano compiuti 30 anni di professione. In tal caso diventa sufficiente il conseguimento di 20 crediti (di cui 10 deontologici). Chi non resta al passo viene sanzionato. Ovviamente non lo è chi ha comunicato di non esercitare più la professione o chi ha impedimenti oggettivi.

Giusta o sbagliata, bella o brutta questa è la norma che la grande maggioranza dei giornalisti lombardi ha seguito nei due trienni precedenti a quello in corso. Le sanzioni per i cosiddetti “zeristi” del primo triennio (zero crediti totali e/o zero crediti deontologici) sono in parte già partite. Saranno ridiscussi e  giustamente sanati sia i casi di colleghi pensionati (frettolosamente e inspiegabilmente colpiti da zelo burocratico) sia i casi di colleghi impossibilitati a seguire i corsi per ragioni gravi di salute o di famiglia. Chiuso il capitolo primo triennio, i consigli di disciplina si occuperanno da subito e sanzioneranno gli “zeristi” del secondo triennio.

Data la regola di base, va da sé che si imponga una principio di buon senso e di correttezza:  il prossimo presidente dell’Ordine lombardo non può essere uno “zerista” deontologico assoluto del secondo triennio, peggio se anche “zerista” deontologico del primo.

Conviene ribadirlo fin da ora a inizio legislatura perché una scelta diversa, ovvero fuori dai binari della nostra carta dei doveri, si prefigurerebbe sia come una presa in giro di quel 90 per cento di colleghi in regola, sia come una presidenza più che zoppa (un presidente o ammonito o censurato), sia infine come un palese scivolamento etico.

Il presidente dell’Ordine deve essere il primo a rispettare le norme, altrimenti non è credibile fra i colleghi e non è credibile all’esterno. Uno “zerista” al vertice di un Ordine professionale consacrerebbe una volta per tutte una semplice conclusione ovvero che l’Ordine è meglio abolirlo se chi lo guida è il primo a non avere osservato la carta dei doveri.

Considerazioni banali che mi auguro siano condivise da tutti i nuovi consiglieri. Conviene essere trasparenti: non avrebbe senso, anzi peggiorerebbe il quadro, il desiderio di sanare le irregolarità deontologiche del recentissimo passato con il più classico espediente all’italiana.  Mi riferisco alla ipotesi che per varie ragioni, fra il primo e il secondo turno delle nostre elezioni, si sia ricorsi alla scorciatoia  di tre giorni di “studio intensivo” deontologico riparatore per metterci una pezza sopra e per inseguire una poltroncina, dimenticando però che le sanzioni non riguardano il triennio in corso ma i due trienni (!!) già chiusi.

Sarebbe il peggio del peggio, una furbizia che non serve a nulla, una prevaricazione a danno ulteriore di chi ha già ricevuto la sanzione, un privilegio da casta nella casta. L’Ordine, già sufficientemente malandato, finirebbe all’inferno. Spero che il nuovo consiglio abbia chiaro che i primi passi sono quelli che poi segneranno l’immagine e la sostanza del lavoro futuro. Scorciatoie segrete e dell’ultima inutile ora non sono giustificabili. Danno e beffa sarebbero imperdonabili.

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