Promesse false e sfruttamento

di Furia Berti

Lavoro nel mondo dell’editoria dagli anni ’80 quando fare la free lance era non solo bello ma anche redditizio, dopo quasi 40 anni il panorama che si offre a chi inizia questa professione come a chi vi lavora ancora quotidianamente è desolate, e la crisi dell’editoria non è stato l’unico fattore che ne ha distrutto il paesaggio.

Ho lavorato praticamente per quasi tutte le case editrici di Milano, service editoriali compresi, a volte con contratti di assunzione articolo 1, altre con finti Co.co.co dove pretendevano di farti fare il lavoro di un dipendente ma non di pagarlo come tale, altre con un bel niente oltre alle vane promesse di regolarizzarti “non appena la situazione ce lo consente”, e qualche volta persino senza essere alla fine pagata per il mio lavoro. E mi è capitato più volte di pensare che certe situazioni professionali sono come le relazioni sentimentali tossiche, più sopporti in silenzio più si sentono liberi di continuare a maltrattarti, anzi, si raccontano che lo fanno per te, in fondo ti danno un lavoro con la situazione che c’è fuori.

“Quello che c’è fuori” è il refrain ricattatorio che molti si sono sentiti ripetere e si sono a loro volta ripetuti con paura. Quello che c’è fuori siamo noi che ingrossiamo le fila di un precariato senza fine e ci sentiamo persino in colpa: perché ci lamentiamo mentre c’è chi un lavoro non ce l’ha, perché sei  “una rompicoglioni” quando chiedi dei banali diritti, perché poi ti mandino via, perché sei ricattabile. E mentre lavori come una pazza sperando che serva, chiameranno il prossimo appena le possibilità di rifarti un contratto da precaria si esauriranno. Alla fine ti vergogni pure (sarà mica colpa tua?). Così il luogo di lavoro diventa sempre “ottimo e abbandonate” (sapessi cosa c’è fuori!) , minimizzi i danni, cerchi di esaltare i piccoli pregi, sei sempre all’erta anche con i collegi perché hai visto fin troppe volte quella zona grigia dove si rifugiano col silenzio mentre tu protesti, ma non serve, perché il precariato erode ogni spazio e gli editori hanno capito che possono osare, prendersi ogni libertà, e purtroppo neanche chi dovrebbe ascoltarti lo fa. E i ricatti si moltiplicano: vuoi fare la giornalista? Beh, devi accontentarti di uno stipendio minimo, in fondo hai la firma sul giornale, hai visibilità, la nuova valuta dell’universo parallelo del lavoro. Vuoi la firma sul giornale? Allora accetterai stage non retribuiti anche se la tua professione prevede già un praticantato. Quante volte abbiamo visto prendere in redazione stagisti che lavorano gratis ma non sono lì per imparare perché non c’è tempo in una redazione sottorganico, lavoreranno già con compiti da redattore al posto delle sostituzioni; quante volte un co.co..co che non ha obbligo di presenza e orario fa straordinari, sostituisce colleghi in ferie senza poterle fare, gli vengono rimproverati ritardi in malo modo? C’è gente che è andata in pensione con contratti da precario decennali ed è stata sostituita da altra forza lavoro nella stessa posizione. Si può cambiare questa situazione? Si, di può e si deve, sul precariato si combatte una battaglia davvero importante per questa professione che non si può più rimandare.

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