Diritto d’autore la giusta battaglia

di Eugenio Gallavotti

Nel programma di Facciamo Ordine, un punto è dedicato alla questione dei diritti d’autore. Perché finora è stato fatto poco o nulla per contrastare la pubblicazione non remunerata degli articoli giornalistici sul web, in particolare sulle grandi piattaforme americane che in questo modo – da quasi vent’anni – hanno rastrellato lettori e pubblicità, strangolando il mondo dell’informazione professionale (oltre a sommergere il pianeta di bufale come modello di business). 

Se tutti mangiano il prosciutto e nessuno lo paga, la salumeria chiude (e in giro circolano affettati scadenti). Ovvero: se qualcosa è gratis, il prezzo sei tu.

È vero che l’Italia – perché costretta, e con più di due anni di ritardo rispetto alla Francia – ha finalmente afferrato la ciambella di salvataggio della Direttiva europea sul copyright. Ma a tutt’oggi intende riservare ai giornalisti una quota tra il 2 e il 5 per cento di ciò che dovrebbero versare i big della Rete, quando per esempio l’editoria libraria – per gli autori esordienti – prevede minimo il 7. E poi il 2 o il 5 per cento di cosa, di quanto?  

Lo schema approntato dal governo suscita controversie. E non potrebbe essere altrimenti, in questa fase iniziale, vista la complessità e la delicatezza del contendere. Come ente pubblico, a contatto coi ministeri, l’Ordine può fare molto per contribuire a scalare la montagna affinché non partorisca topolini. Perché il giornalismo è malato, impoverito, ha soprattutto bisogno di risorse: soltanto raddrizzando le storture del mercato online riuscirà a sopravvivere. E a ripristinare un’immagine riconoscibile. Da quanto tempo ci chiamano giornalai?

E l’Ordine può fare molto non solo in Italia, come promotore di un’alleanza internazionale che arrivi a coinvolgere i maggiori responsabili della politica costringendo al redde rationem le più ricche e potenti aziende della storia del capitalismo, tuttora inafferrabili elusori, monopolisti chi più chi meno.   

Non è vero che la qualità è diminuita perché i giornalisti di oggi sono meno bravi di quelli di ieri. Anche Oriana Fallaci, Enzo Biagi e Camilla Cederna finirebbero nel tritacarne di questo sistema digitale. Tutti in salumeria. Chiusa. 

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